Leggo spesso articoli ed interviste nelle quali si enfatizzano quasi esclusivamente i vantaggi che ogni nuova tecnologia porterà: l’aspetto negativo riguarda la perdita di posti di lavoro come conseguenza dell’impiego di un sistema o impianto in grado di svolgere l’attività di una o più persone in modo ripetitivo ed automatico.
É accaduto con le rivoluzioni industriali, poi con il superamento del commercio di vicinato da parte di negozi in franchising, meglio se nei centri commerciali piuttosto che in centro città.. e da qui all’e-commerce il passaggio è stato naturale. Oggi lo vediamo applicato al lavoro “di concetto”, con una AI che a tratti promette di poter “rimpiazzare” ogni forma di lavoro intellettuale, dalla scrittura di un libro al testo di un discorso, al tema così come nello sviluppo di software – svilendo in qualche modo l’idea che sia ancora tu a fare la differenza. Era prevedibile ed inevitabile quando ciò che fai segue standard ed utilizza strumenti standard: un prodotto in serie può essere replicato dalla macchina. Punto.
Il progresso non si ferma, è chiaro. E condivido l’idea che ogni nuova scoperta, tecnologia e ambito di applicazione richiedano figure competenti per gestirle – creando occupazione – ma al tempo stesso credo che un lavoratore che abbia già maturato una esperienza possa nella maggior parte dei casi essere formato e riconvertito per cogliere le opportunità di un mercato lavorativo in evoluzione.
Serve una visione a medio lungo termine da parte degli stati, che vedano i loro cittadini come struttura portante sulla quale investire in cultura e benessere per mantenersi in salute e progredire. Solo così è possibile costruire identità e senso di appartenenza evitando che le risorse scelgano altre aree del mondo dove portare futuro e sviluppo.

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